Inno al Logos

di Filippo Goti

   

1. Introduzione

Il Nuovo Testamento offre molteplici spunti di riflessione attorno a quegli elementi caratterizzanti di ciò che oggi riteniamo, essere il cristianesimo, ma che in quel limbo magmatico dei primi secoli della nuova erano frutto di accesi dibattiti e scontri non solo verbali.  Direttamente o indirettamente il Nuovo Testamento offre, per coloro che sanno dove posare l'intelletto, evidenze attorno ad una genesi eterogenea del cristianesimo, di una moltitudine di forme rituali con cui preservare e manifestare il sacro, all'alternativa fra una struttura piramidale con al vertice una classe sacerdotale oppure di una gestione comunitaria ed elettiva del sacro, ed infine della conflittualità fra una vocazione al settarismo ed una successiva rivolta al proselitismo.

Oltre a quanto sopra esposto che a diverso titolo investe la forma, o meglio le forme del cristianesimo, abbiamo anche un'evidenza eterogenea che riguarda la sostanza stessa del cristianesimo, tanto a determinare nel corso dei secoli a seguire, e fino ad oggi, attriti e incongruenze che solamente attraverso l'arte dell'ignoranza o dell'ipocrisia si possono in qualche modo pacificamente e orizzontalmente appianare. L'arte del non vedere, per non dolersi, non riguarda solamente le faccende comuni degli uomini, ma anche delicati problemi religiosi; i quali continuano evidentemente a scavare nel profondo degli animi umani, portando a più riprese a crisi di rigetto, a causa degli innesti radicalmente incompatibili.

Nell’ambito del presente lavoro, lasciando i temi sfiorati in precedenza, ci occuperemo di un tassello importante lungo la strada della comprensione di quella che io chiamo la Questione Giovannita. Evidenzieremo all’interno del Nuovo Testamento quel corpus d’insegnamenti filosofici e metafisici che non sono riconducibili all'ebraismo di Pietro o Giacomo, bensì pertinenti a una dimensione intellettuale contigua alla filosofia greca e alla metafisica alessandrina, a una sensibilità verso la radice spirituale delle cose tutte, piuttosto che alla cronaca auto celebrativa della vita di Gesù e delle persone a lui più vicine.

In precedenti lavori abbiamo posto l’accento sul’importanza della questione giovannita, e di come all'interno della sfera religiosa cristiana si siano affrontate due diverse scuole di pensiero, due sensibilità verso il sacro, e di come questa rappresenti, che lo si comprenda o meno, il fondamento della mistica, così come dell'esoterismo cristiano.

Nel presente lavoro andremo quindi ad analizzare, senza lasciarci lusingare da voli pindarici e fornendo sempre degli utili elementi di raffronto, il cuore stesso del'insegnamento Giovannita. Una memoria che è stata inserita all'interno del Nuovo Testamento nel prologo del Vangelo di Giovanni, e che prende il nome di Inno al Logos.

2. Inquadramento Storico

 

La tradizione attribuisce il quarto vangelo a Giovanni il discepolo che Gesù amava maggiormente, anche se gli esegeti moderni indicano come estensore del Vangelo un erudito greco di Efeso facente parte di una scuola o comunità giovannea. Scritto in greco e composto di ventuno capitoli si suppone che esistita una prima versione in aramaico, o almeno un nucleo che poi è stato tradotto in greco, e che ad oggi è andato perduta.

 

Il manoscritto più antico contenente un brano del Vangelo secondo Giovanni è il Papiro cinquantadue, che può essere datato attorno al 120 d.c., questo non significa che il Vangelo di Giovanni sia stato scritto in tale data, ma solamente che ad essa si riferisce il documento più antico che lo contiene, e che quindi non esclude versioni precedenti. Il testo è conservato presso la John Rylands Library di Manchester, Inghilterra.

 

Gli studiosi sono in forte disaccordo attorno alla prima stesura del Vangelo di Giovanni, alcuni tendono a collocarlo fra la fine del primo secolo dell'era cristiana e l'inizio della seconda, altri invece considerano che tale data non possa essere molto distante dagli anni della vita di Gesù. Poiché l'estensore pare dia per scontato a Gerusalemme l'esistenza della piscina di Betzaeta, ma ciò non sarebbe possibile dopo l'anno 70 in quanto la città, e con essa la piscina, furono distrutti dai romani. Sicuramente il testo ha subito una serie di rielaborazioni, aggiunte, che ne hanno prolungata la gestazione, e che possono attribuirsi alla necessità da un lato di fornire un nuovo paradigma religioso agli ebrei cristiani e ai cristiani ellenici, e dall'altro dalla necessità di rendere meno traumatica la sua esistenza accanto ai sinottici. Da un lato l’azione di alcuni apostoli e San Paolo aveva aperto il mondo del cristianesimo ai gentili, e dall’altro la caduta di Gerusalemme aveva scaraventato gli ebrei nel mondo greco-romano. Esisteva quindi la necessità di fornire degli elementi di dialogo e integrazione, ecco quindi la ragione dei vari vangeli ognuno cadenzato maggiormente sulle esigenze di un gruppo rispetto all’altro, ma non possiamo escludere che le aggiunte e i rimaneggiamenti dei vari testi che compongono il nuovo testamento, fra cui il vangelo di Giovanni, trovino cagione nella necessità di rendere i vari libri fra loro se non omogenei, non troppo conflittuali. 

 

Attorno a questo punto è interessante annotare come alcuni studiosi pongono il Vangelo di Giovanni come stesura indipendente, e anche precedente, rispetto ai sinottici. Fino a indicarlo come portatore di elementi di verità che in essi non si riscontrano:

 

...Giovanni se non segue la tradizione sinottica, non la perde mai d'occhio. Giustamente ha detto il Renan che Giovanni "aveva una sua propria tradizione, una tradizione parallela a quella dei sinottici, e che la sua posizione è quella di un autore che non ignora ciò che è già stato scritto sull'argomento ch'egli tratta, approva molte delle cose già dette, ma crede d'avere informazioni superiori e le comunica senza preoccuparsi degli altri" ("Vita di Gesù Cristo" dell'Abate Ricciotti 1941, revisione del 1962)

 

Del resto la predilezione verso il Vangelo di Giovanni era presente anche in Origene di Alessandria, teologo e mistico del terzo secolo, che lo considerava il fiore dei Vangeli; così come da parte di mistici, e ordini monastici questa narrazione del Cristo ha suscitato interessi ben maggiori rispetto a Luca, Marco e Matteo. Risultando alla base della ritualità di numerose realtà iniziatiche occidentali anche se spesso confusa nella forma e nel contenuto.

 

In conclusione possiamo affermare che il vangelo di Giovanni, si distanza per contenuti dai precedenti vangeli poiché esso non ha come centro della propria narrazione gli aspetti morali ed escatologici della predicazione di Gesù, ma offre una profonda riflessione sugli aspetti teologici, sull'epifania del sacro incarnata in Gesù. Questo non significa che il Vangelo di Giovanni non contenga elementi storici, è infatti possibile trovare fra le sue pagine narrazioni dettagliate quali il processo di Gesù, con la figura di Anna e la data della morte, o i rapporti fra lo stesso Gesù e il Battista, che dimostrano come l'estensore della narrazione appartenesse a una scuola che ha tramandato tradizioni storiche attorno alla vita del messia. Quello che però lo caratterizza è il suo focus, che risiede nell'esigenza di contestualizzare non tanto l'aspetto storico, non tanto la vita e i miracoli di Gesù, quanto piuttosto delineare la struttura teologica (Prima che Abramo fosse, io sono 8,58) (Io sono la via e la verità e la vita 14,6) e metafisica (Inno al Logos) di cui Gesù rappresenta l'epifania e la divulgazione.

 

 

2. Attorno al concetto del Logos

Il termine "logos" può essere tradotto in tanti modi, perché storicamente ha assunto connotazioni diverse. Non è quindi importante stabilire il senso originale, quanto piuttosto i significati che esso ha di volta in volta assunto nella riflessione filosofica greca e, più in generale, occidentale. Presso i Greci, "Logos" può indicare sia il "discorso" (lat. ratio, o-ratio), sia il "calcolo". Già per Eraclito, però, è necessario distinguere tra logos o ragione individuale e logos universale: tutti gli uomini, partecipano a una "legge universale", a un "ordine universale" (altro significato di "logos"), se solo distolgono lo sguardo dalle cose terrene e caduche. Questo Logos universale, è identificato anche con il "fuoco" divino, che vive dentro tutti gli uomini. Con Platone il "Logos" diventa la capacità di fare dei discorsi veri, in grado di resistere al fuoco confutatorio della dialettica. Nel "Sofista" le idee partecipando tanto dell'identico, quanto del diverso, comunicano tra di loro e rendono possibile quella "complicazione", "comunicazione" che sola assicura il discorso (logos), ossia il pensiero. Con Platone si ha quindi il passaggio tra "discorso" e "ragione": il logos diventa la capacità di fare discorsi veri. Platone poi distinguerà la conoscenza come formata da diversi gradi di perfezionamento ("Immaginazione"/eikasìa; "credenza"/pìstis; "ragione"/diànoia; "intellezione"/nòesis). Lo spostamento del significato semantico del termine "logos" dal senso originario eracliteo ("fuoco divino" "Ragione universale") a quello platonico ("discorso vero") è perfezionato da Aristotele che fonda la "logica" poiché scienza del pensiero e del linguaggio. Per Aristotele, sul piano spirituale, è invece fondamentale l'intelletto "attivo", il nous, facoltà comune all'uomo e a Dio, che permette di pensare quel pensiero che Dio ha di se stesso (Etica Nicomachea). Per Plotino si deve distinguere tra la mera ragione "calcolante" (loghismòs) e la capacità di cogliere l'altro pensiero (logos) che determina l'impulso ascetico come cammino di progressivo distacco verso l'Uno, ma la facoltà capace d'identificarsi con l'Uno è l'"intelletto", lo "spirito", il noùs. Fu comunque Filone d'Alessandria, ebreo ellenizzato, a elaborare le originarie concezioni giudaiche, identificando il pneuma (spirito) con il noùs (intelletto attivo aristotelico e del neoplatonismo). il ruah biblico fu quindi identificato con il nòus greco ed ecco il perché della celeberrima espressione "All'inizio era il Verbo". Infatti la Sapienza di Dio è identificata da Filone con il mondo delle idee platoniche o degli archetipi contenuti nella mente di Dio. Questi pensieri divini ed eterni sono contenuti dall'eternità (dall'inizio) nella mente di Dio, che egli chiama logos, Ragione divina che governa il mondo (concetto per la verità anche stoico). All'"inizio era il Verbo" si riferisce proprio alla mente di Dio che contiene prima della creazione stessa, gli archetipi eterni.

 

Erroneo però sarebbe tradurre, ricondurre, o semplicemente associare il Logos a mediazione, o numero. Poiché esso non media fra Creatore, Creato, e Creatura, è egli stesso una creazione, e veicolo a sua volta di creazione. Mediare implica una reciproca volontà di sintetizzare due posizioni antitetiche, o comunque distanti. Può forse il Creatore, l'Origine Immanifesta, abbandonare la propria perfezione a favore di una condizione comunque deficitaria rispetto alla precedente ? Sicuramente ciò non è possibile. E' la creatura che trascendendo la creazione, e quindi se stessa, tende alla perfezione, e non certo il Creatore all'imperfezione. Ancora il Logos non è numero, o più precisamente non è solamente numero, giacché è anche strutturazione e regola: insieme. Cosa altro è il verbo se non un soffio di vita, articolato in espressione si compiuta ma anche dinamica. Il logos è l'aria che nasce dal fuoco del puro intelletto divino, che raffreddandosi si muta in delicata rugiada, a sua volta destinata a dare vita all'elemento terra.

 

Il verbo è vita, senza ancora forma ma portatore in se di ogni idea e matrice di vita. Nel simbolismo cabbalistico la Lux Increata promana dai tre veli negativi, e s’infonde dando forma nel Grande Anziano (Kether), ed esso da vita alla creazione, ancora animata dal soffio divino, e dalla presenza divina. Assumendo quindi sembianze di un'onda sismica che si coagula nuclei, e successivamente da essi, assumendone le peculiarità, s’irradia verso altre direzioni. Il verbo assume significato di presenza divina, tanto che è detto che essa non si ritiri dalla Creazione, altrimenti questa seccherebbe come un canale in cui non scorre più acqua.

 

Per gli egizi il Ptah era il verbo, la parola dell'inconoscibile Nut. Il dio che forgia, e da vita ad Autum, il Re Sole. Il rapporto fra questa divinità e la misterica egizia può essere dedotto attraverso la lettura di un passo rinvenuto in una stele di Shabaka, sovrano della XXV dinastia: "Perché ogni parola divina ha origine a seconda di ciò che il cuore di Ptah ha pensato e che la sua lingua ha ordinato. Allo stesso modo furono create le fonti di energia vitale. Ancora possiamo leggere: "Ptah-Tatenem mise al mondo per prima cosa gli dei". Ptah striscia fuori dal grande lago oscuro, dalla fonte inconoscibile della vita, e solamente quando da essa è distinto, posto oltre i suoi limiti, ascende al ruolo di divinità creatrice, di Artigiano che crea e modella la materia, assumendo però le sembianze di Atum. Nel tempio di Menfi, città votata a Ptah, il gran sacerdote del dio porta il titolo significativo di Decano dei Mastri Artigiani, perché in quel recinto sacro erano tramandati gli insegnamenti delle arti operative e speculative: architettura, scultura, medicina, arti magiche, falegnameria, e oreficeria. Ptah deposita ogni segreto della creazione, che poi trasfonde sia a livello celestiale, che terreno ad altri artigiani, che modellano e riproducono in funzione delle proprie capacità.

Per gli gnostici alessandrini il Logos è il pensiero, il verbo divino, la Sophia, la prima ipostasi, che separata dalla coscienza che l'ha partorita, produce effetti. Essa determina un duplice disconoscimento fra Ente pensate, pensiero, e azione sottostante. L'organizzazione della materia, la creazione nel suo complesso, è frutto di un pensiero che non riproduce la totalità, l'unità, della fonte prima. Determinando una difformità fra creazione, pensiero, ed ente pensate (il quale è altro rispetto alla sorgente), sia un abbandono insostenibile, che provoca nell'uomo cosciente un ardente desiderio di ritorno, di abbandono della manifestazione poiché imperfetta.

 

3. L'inno al Logos

 

 

In Principio era il Verbo. Il Verbo è l'inizio del tempo, il Verbo è il crinale che separa l'assoluto dall'irreversibilità della creazione stessa, poiché è un principio distintivo e separativo, che ammette un prima e un dopo. All’inizio era il Verbo, senza il Verbo non vi è stato un inizio ma cos’è il verbo ? Il verbo non è solamente un suono articolato, e non è neppure una semplice parola, ma è bensì la contestualizzazione e trasmissione di un’azione. Il Verbo assume quindi un aspetto dinamico, un imprimere forza, una manifestazione di volontà.

In Principio era il Verbo può essere interpretato in termini assoluti ed in termini relativi, nel primo caso si esclude che vi fosse altro prima del Verbo, ma come vedremo questo è incongruente con il seguito dell’Inno, nel secondo caso dobbiamo vedere questo Principio come la manifestazione di una Nuova volontà ordinatrice e creatrice, che si va a sovrapporre o rettificare altro.

Il passo Il verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio, può essere tradotto anche con il Verbo era presso il Dio (Padre), il Verbo era dio. Questo perchè in greco viene fatta distinzione fra Theos accompagnato dall'articolo determinativo (e che si riferisce al Padre) e Theos senza tale articolo che significa potenza, o dio, ma non dio Padre. Quindi se invece che una traduzione contestuale, si predilige una traduzione letterale, dobbiamo vedere il Logos come una divinità a se stante e non identitaria con Dio Padre. Ciò sarebbe in accordo con la teologia gnostica delle ipostasi, cioè delle creazioni sottostanti, ma anche con il dogma della Trinità. In entrambi i casi ci troviamo di fronte ad un elemento distintivo del Vangelo di Giovanni, che introduce la questione teologica in quella che per gli altri Vangeli è la semplice narrazione della vita e della morte di Gesù.

Che questo passo sia cruciale è evidenziato anche da traduzioni ebraiche, che nell’ottica dell’attesa messianica  indicano come il testo greco si riferisce al logos, e alla sua funzione, attraverso pronomi impersonali.  In tale ottica il Logos viene degradato da persona a semplice strumento o manifestazione o attributo divino. Quindi da agente di creazione, esso diviene strumento e leva di creazione. Ciò risponde ad una triplice esigenza. La prima quella di ricondurre il Vangelo di Giovanni, e il cristianesimo, all’interno dell’alveo della tradizione religiosa ebraica, la seconda è quello del perdurare dell’attesa messianica attraverso la rimozione del Logos incarnato in Cristo. Infine la terza negando la persona del Logos, si negano i presupposti tradizionali nel canone cristiano alla Trinità, e questo in accordo con la visione unitaria e monolitica di Dio da parte degli Ebrei. 

Anche il passo tutto è stato fatto per mezzo di lui apre le porte ad un interrogativo: se tutto è fatto attraverso il Logos, come fa il Logos ad esistere al di fuori della sfera del Dio Padre ? Il Logos è un principio creatore increato ? Già in questo Prologo siamo in presenza del binomio teologico Generato e Creato ?! Oppure questo suggerisce una duplice creazione, aprendo così le porte allo gnosticismo dualista, o in alternativa alla teogonia ipostatica di Valentino ?! Sicuramente il Logos di Giovanni appare molto simile al Demiurgo Platonico, che posto al centro dell'Universo e del Tempo plasma la materia infondendo in essa sostanza tratta dal mondo delle idee. La forte attinenza del Prologo con la filosofia greca si ha anche nel concetto stesso di Logos creatore, che è sovrapponibile a quello stoico dove troviamo il logos spermatikòs: un principio igneo che diffonde la vita nella materia. Il Logos assume quindi le caratteristiche di un agente trasmutativo, così come in alchimia è il fuoco, unico fra gli elementi, che può determinare per sua presenza o assenza il cambiamento di stato degli componenti dell'universo.

 

In tutta risposta i traduttori di cultura e religione ebraica si richiamano ad una traduzione del 1526 ad opera di Tyndale  Tutte le cose sono state fatte da esso, e senza di essa, neppure una delle cose fatte è stata fatta.  In essa era la vita e la vita era la luce degli uomini.” Dove ovviamente non si vede il Logos come una persona divina, ma bensì come la parola divina e quindi un semplice attributo del Dio Padre.

 

E' ancora interessante notare come in alcune comunità gnostiche questo passo veniva tradotto come:" Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui, il Niente è stato fatto di tutto ciò che esiste." In questo caso siamo innanzi ad un'impostazione gnostica dualistica prossima quindi al manicheismo o al catarismo (espressione gnostica tarda) che suggerisce non solo una doppia creazione, ma anche una differenza qualitativa fra le due creazioni in quanto non provenienti dalla stessa radice: Una che proviene dal Logos divino, ed una che proviene dal Nulla.

Impostazione dualistica che sembra avvalorata dai passi seguenti dove si parla delle Tenebre che non accolgono la Luce. Ovviamente la riflessione che scaturisce è se il Logos è Luce e tutto è stato creato tramite il Logos, chi ha creato gli uomini e le tenebre ?! Dove per i primi l'accogliere il Logos è discrimine fra vita e morte spirituale, e per le seconde che non lo accolgono di preesistenza in quanto la luce non può genere le tenebre, così come le tenebre non possono generare la luce.

Inoltre non possiamo notare l’interessante rapporto che l’estensore dell’Inno ha con il tempo e la sua linearità. Il tempo così importante per noi moderni, tanto da essere alla base del nostro processionare lungo la vita, con le sue cadenze socialmente imposte, per l’autore di questo brano pare essere una porosa membrana deflorata da logos, e dagli altri attori. Tutto ha inizio con il Logos, questi è l’agente che crea, però successivamente troviamo che sullo sfondo del tessuto narrativo si agitano già uomini e tenebra: i primi in attesa di luce e vita, e la seconda animata da spirito di sopraffazione. E’ un tempo diverso ?! Oppure un Logos diverso ?! Oppure ci troviamo innanzi ad elementi tipici della speculazione di Basilide che ci narra di un Cristo Igneo che di manifestazione in manifestazione ne assume la forma ad essa maggiormente indicata ?! Dove il tempo assume la duplice veste di elemento relativo all’insieme in cui il Logos agisce, e movimento esterno all’insieme del Logos stesso. Per gli antichi greci il tempo era circolare, tutto si ripeteva all’infinito. Nella tradizione ebraica il tempo ha un inizio, ma non ha una fine, in quanto l’assoggettamento dell’uomo alla volontà di Dio è un atto dovuto a prescindere il senso di questa legge e la finalità della medesima: un semplice meccanismo. Nella forma religiosa del cristianesimo esiste un tempo degli uomini che ha fine con la seconda venuta del Cristo, che è al contempo principio del tempo di Dio. Infine nello gnosticismo il tempo che cadenza la vita degli uomini ha fine relativamente al singolo gnostico che raggiunge la Gnosis, la quale lo pone oltre il flusso spazio temporale assumendo forma e contenuto di redenzione. Nell’Inno al Logos abbiamo che quest’ultimo irrompe nella vita degli uomini, alterando in coloro che lo accolgono la percezione del circostante.

 

4. Protennoia trimorfica

 

Riportiamo di seguito un testo barbelo gnostico che mostra una sorprendente similitudine con il Prologo del Vangelo di Giovanni. I Barbelo gnostici ritenevano che la caduta pneumatica, così come la risalita verso la casa del Padre (il Pleroma) fossero determinati da un'espressione divina femminle (Barbelo, Sophia, Zoe, ecc..) introducendo così il conflitto fra conoscenza ed emozioni, fra ragione ed errore. La Protennoia Trimorfica è stata ritrovata tra i codici di Nag Hammadi (codice XIII, trattato I), ed è collocabile nei primi anni del secondo secolo dell'era cristiana.

 

Io sono la Protennoia, il Pensiero che dimora nella Luce,
io sono il movimento che dimora nel Tutto,
colei in cui il Tutto pone le proprie fondamenta,
la primogenita tra coloro che vennero all’esistenza,
colei che esiste prima del Tutto, colei che è chiamata con tre nomi,
che esiste di per sé, essendo perfetta.
Io sono invisibile all’interno del Pensiero dell’Invisibile Uno
e sono rivelata in ciò che è incommensurabile e ineffabile.
Sono incomprensibile, stando all’interno dell’incomprensibile.
Mi muovo in ogni creatura.
Sono la vita della mia Epinoia,
ciò che dimora in ogni Potenza e in ogni eterno movimento,
all’interno di Luci invisibili,
all’interno degli Arconti e degli Angeli,
dei Demoni e di ogni anima che dimora nel Tartaro,
di ogni anima materiale.
Io dimoro in coloro che vennero all’esistenza.
Io mi muovo in ognuno e scendo nel profondo di tutti.
Io vado rettamente e risveglio colui che dorme,
sono la visione di coloro che sognano nel sonno.
Io sono l’Uno invisibile all’interno del Tutto.
Io sono colei che consiglia coloro che sono nascosti
E conosco il Tutto che esiste nel nascondimento.
Io sono senza numero al di là di ognuno.
Io sono incommensurabile e impronunciabile,
eppure se lo desidero mi manifesterò, interamente,
perché sono lo Splendore del Tutto.
Io esisto prima del Tutto e sono il Tutto
perché esisto in ognuno.
Io sono una voce che parla sommessamente.
Io esisto dal principio nel Silenzio.
Io sono ciò che è in ogni voce
e la voce che è nascosta in me,
nell’incomprensibile illimitato pensiero all’interno dell’illimitato Silenzio.
Io discesi nel centro degli inferi
e risplendetti sopra l’Oscurità.
Io sono colei che versò l’acqua.
Io sono colei che è nascosta nelle acque radianti.
Io sono colei che illuminò gradualmente il Tutto col mio Pensiero.
Io sono unita alla Voce
Ed è attraverso me che la Gnosi si manifesta.
Io dimoro negli ineffabili e negli incomprensibili.
Io sono la percezione e la Conoscenza,
emettendo una Voce per mezzo di Pensiero.
Sono la Voce reale e parlo in ognuno
ed essi la riconoscono dato che in loro dimora un Seme.
Io sono il Pensiero del Genitore
e fu innanzitutto attraverso me che la Voce venne,
cioè la Conoscenza di cose che non hanno fine.
Io esisto come Pensiero per il Tutto,
in armonia col Pensiero, inconoscibile, irraggiungibile.
Io manifestai me stessa – Io – tra tutti coloro che mi riconoscono,
perché io sono colei che è unita ad ognuno
nel Pensiero nascosto e nella Voce esaltata.
Tale Voce viene dal Pensiero nascosto,
incommensurabile dimora nell’Incommensurabile.
È un mistero, irrefrenabile per la sua incomprensibilità,
invisibile a tutti coloro che sono manifesti nel Tutto.
È luce che dimora in Luce.
Noi soli siamo separati dal mondo manifesto
dato che siamo salvati dalla nascosta saggezza dei nostri cuori
per mezzo dell’ineffabile e incommensurabile Pensiero.
Colui che è nascosto dentro di noi paga i tributi del suo frutto
alle acque di Vita.
Allora il Figlio che originò attraverso questa Voce,
che procede dall’alto,
egli che possiede dentro di sé il nome che è una Luce,
rivelò le cose imperiture
e tutte le cose sconosciute furono rese note
e queste cose, difficili da interpretare
e segrete, egli rivelò,
e per coloro che dimorano nel Silenzio con il primo Pensiero,
egli predicò loro.
A coloro che dimorano nell’Oscurità egli si rivelò,
a coloro che dimorano nell’Abisso, egli si mostrò,
a coloro che dimorano nei tesori nascosti,
egli disse i misteri ineffabili e li illuminò,
tutti figli della Luce, su dottrine irripetibili.
La Voce che origina dal mio Pensiero, esiste come tre stati,
il Padre, la Madre, il Figlio, come un suono percettibile.
Essa possiede la Parola dentro di sé – Parola dotata di ogni gloria.
Possiede tre mascolinità, tre potenze, tre nomi,
esistendo come Tre – tetrangolati –
nascosti nel silenzio dell’Ineffabile.

 

Nessuno può con sicurezza affermare che l’Inno al Logos ha influenzato la stesura di questo scritto, e neppure che questo scritto ha influenzato la stesura dell’Inno al Logos. Possiamo però affermare che fra i due scritti ci sono delle profonde assonanze, che suggeriscono come al tempo della loro stesura esistessero numerose casse di risonanza per queste visioni filosofiche, che in seguito sarebbero state violentemente combattute dalla stessa Chiesa.

 

5. Conclusioni

 

Malgrado la brevità dei passi che compongono l'Inno al Logos abbiamo potuto apprezzare la molteplicità di feconde riflessioni che da essi scaturiscano, di cui in questo breve lavoro ho potuto evidenziarne solamente una misera parte.

L'autore dell’Inno sembra non essere estraneo a concetti cari alla filosofia greca, e allo gnosticismo alessandrino. Questo Logos fecondo che dona la vita, richiama la filosofia stoica ma anche il concetto di Demiurgo Platonico. Le Tenebre che cercano di sopraffare la Luce, e il non mischiarsi della seconda con le prime richiamo lo zoroastrismo, l'antica religione dei Magi, dove Luce e Tenebre erano in lotta fra loro, e il fuoco rappresenta la vita e la conoscenza.

Così come la generazione del Logos richiama prepotentemente gli scritti dei maestro gnostici Valentino e Basilide, che vedevano nella conoscenza la via e la forma di redenzione e rettificazione dell’uomo.

 

 

A prescindere dalle varie riflessioni, che ognuno di noi può trarre dall'Inno al Logos, dobbiamo chiederci se questa sua capacità di svelare infiniti scrigni di sapienza dipenda da una chiara volontà del suo estensore, oppure sia frutto del caso, ed inoltre che scopo è stato inserito il Vangelo di Giovanni in seno alla raccolta del Nuovo Testamento, tenuto conto della sua difformità rispetto ai sinottici?

 

Il sottoscritto non crede molto al caso, specialmente quando abbiamo innanzi a noi un testo che è il frutto di una serie di stesure successive, e che oramai fa parte del canone sacro cristiano da quasi duemila anni. Gli studiosi sostengono che la compilazione del Vangelo di Giovanni si durata oltre cinquanta anni, possiamo però ipotizzare che nel corso di questo periodo vi siano stati degli apporti e delle inclusioni, e che il Vangelo di Giovanni sia solamente ciò che sta attorno al Prologo, così come il Prologo è un’appendice all’Inno al Logos. Opera che ha come fine quello di raccogliere  elementi filosofici e metafisici, all'interno di una narrazione che in qualche modo incontrasse la capacità di lettura e di ascolto dei semplici, e non turbasse troppo il sonno dei censori. Una volta che questo Vangelo ebbe conquistato il cuore delle comunità dei fedeli, la sua inclusione nel canone fu necessaria, e non più ostacolabile, e da quel momento la sua preservazione garantita.  Un’astuta operazione, attraverso la quale la narrazione delle opere e della storia di Gesù non sono altro che il cavallo di troia, lo strumento, attraverso cui traghettare nel cuore della nascente e vincente religione elementi filosofici si destinati ai pochi uomini di conoscenza, ma che necessariamente dovevano essere salvaguardati dal crollo imminente del mondo greco-romano, e traghettati nella nuova era. Attraverso una nuova forma narrativa, oppure inseriti all’interno di una nuova forma narrativa che ne garantiva la capillare diffusione attraverso la ripetizione orale e rituale.

 

Possiamo ancora vedere questa operazione nell’ottica delle anime del cristianesimo primitivo, quella ebraica e quella greca alessandrina, raccolte e cristallizzate nel canone. Dove la prima, meno colta, dispone di un numero maggiore di testi, e la seconda, legata alla conoscenza e al misticismo, di un numero minore ma qualitativamente superiore. In questa prospettiva possiamo vedere il Canone nuovo testamentario come la composizione, o ricomposizione, di quel mosaico che erano le comunità cristiane dei primi secoli della nuova era: la testimonianza eterna all'interno della tradizione scritta non solo dei vari rapporti di forza, ma anche delle varie radici spirituali.

 

Già questo schema era presente nell'insegnamento di Gesù, dove al numero degli apostoli si contrapponeva il ruolo di prediletto di Giovanni, e dove coesistevano diverse provenienze e sensibilità spirituali ed umane. A San Pietro il compito di guidare il gregge, a Matteo, Luca e Marco quello di incarnare l'insegnamento morale quindi legato ad una visione orizzontale e normativa, mentre a Giovanni quello di offrire il fiore della mistica e della filosofia a coloro che erano in grado di coglierlo. Del resto la duplicità dell'insegnamento religioso è insita nella religione cattolica, dove il culto e la fede sono riservati al popolo, e l'amministrazione del culto e la teologia riservati alla classe sacerdotale.

 

Rimane adesso un'ultima riflessione da proporre al paziente lettore. L'Inno al Logos disegna una creazione basata sull'intelletto, che si manifesta nel Logos vivente, capace di portare vita e luce laddove prima albergavano le tenebre. Possiamo quindi affermare che siamo innanzi ad una seconda genesi, non più basata sul diletto di un fare meccanico in guisa del piacere della divinità così come appare nel'apertura dell'Antico Testamento; quanto piuttosto una creazione frutto di amore e ragionamento. Nella precedente genesi la divinità vede a posteriori ciò che è buono e giusto rispetto al proprio giudizio, nell’Inno al Logos tutto è vita e luce.

 

Sorge adesso un ultimo dubbio, considerazione, o semplice ronzare dell'intelletto. Le tenebre che cercano di sopraffare la luce del logos portatore di vita, non saranno state il frutto della precedente creazione legata ad un cieco ed umorale fare ? Rientrando così nel solco non solo della Tradizione barbelo gnostica a cui appartiene anche il testo gnostico in precedenza proposto, ma alimentando la speculazione di Marcione attorno al Dio Buono del Nuovo Testamento, e al Dio degli Ebrei. Altrimenti che senso avrebbe l’Inno al Logos, e le contraddizioni che sono tali solamente se cerchiamo di vedere in esso una forma ellenizzata della genesi dell’Antico Testamento ?

 

Forse non possiamo affermare che il Vangelo di Giovanni sia un testo gnostico, ma sicuramente possiamo affermare che numerosi sono gli indizi che portano a ritenere tale l’Inno al Logos. Andando così a tratteggiare un mondo spirituale e filosofico molto frastagliato e confuso, e ponendo la nascita del cristianesimo in un limbo non necessariamente riconducibile alla nascita e predicazione di Gesù

 

In conclusione ciò che sicuramente possiamo affermare è come attraverso l'Inno alla Luce l'estensore del testo, pare voglia separare in modo vigoroso la radice ebraica-messianica dalla radice greca alessandrina della deità generata. Liquidando così l'intera questione del retaggio ebraico come non necessario non solo alla teologia cristiana, ma alla cagione stessa della spiritualità cristiana.

 

Nota:  www.paxpleroma.it


 


Articolo pubblicato nella rivista LexAurea42, si prega di contattare la redazione per ogni utilizzo.

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