Il Rebis Ed Il Mistero Della Cosa Una

 

Jhaoben



«Il mito dell'androgino illustra una credenza abbastanza diffusa: la perfezione umana identificata con l'Antenato mitico, comporta un'unità che è allo stesso tempo una totalità»

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Più volte nei nostri studi sul simbolismo, ci siamo imbattuti in simboli doppi, o simboli il cui insegnamento era strettamente legato a quello di un altro, tanto da sminuirne enormemente il significato se analizzato singolarmente; la presenza di tali simboli richiamano la nostra attenzione sul numero due e sulla sua valenza iniziatica. Un simbolo che perfettamente racchiude nel suo interno il mistero del numero due è il Rebis. Il Rebis (da res bina la cosa doppia) è una famosa figura ermetica riportata da vari autori in primis Basilio Valentino nel suo trattato sull'Azoto (1659), e riproposta dal Wirth; La figura rappresenta un androgino con due teste, una femminile ed una maschile, che tiene sottomesso un drago alato, con la sinistra tiene un compasso e con la destra una squadra, sul petto riporta la parola Rebis, nel cielo brilla a sinistra il sole e a destra la luna, al centro una Stella Fiammeggiante a cinque punte contenente il simbolo alchemico del Mercurio, lateralmente si trovano quattro stelle a sei punte (sigillo di Salomone) contenente ciascuna il simbolo di Marte e Venere a sinistra, e di Giove e Saturno a destra; l'intera figura sormonta un complicato pentacolo inscritto in un cerchio; il tutto è racchiuso in un ovale. L'androgino, congiunzione fra energia maschile ed energia femminile «non è un ermafrodita, e cioè una mostruosità biologica, né una sintesi statica degli elementi maschili e femminili, ma è un doppio, una cosa duplice (come dice il suo stesso nome) in cui questi elementi si completano e si esaltano a vicenda, invece di neutralizzarsi, perché sono in stato di equilibrio conflittuale»

2.

È quindi il simbolo della duplicità, dell'Adam Kadmon cabalistico, dell'Anthropos gnostico, nell'Homo Maior dei tempi mitici, dell'Advaita dell'induismo (concetto che esprime la non-dualità della dualità), dell'Adamo primitivo, ovvero l'archetipo divino di uomo e donna sia maschio che femmina, ma né maschio né femmina esattamente come il seme; in esso infatti coesistono in perfetta armonia e equilibrio le forze maschili e femminili. L'Adam Kadmon è l'immagine primordiale di Ein-sof3, a somiglianza del quale noi siamo stati creati, e presenta come corrispettivo antropologico l'Adamo del giardino dell'Eden, ma al contrario di quest'ultimo non è mai disceso dalla perfezione celeste. Secondo lo Zohar4 il Principio (maschile) renderebbe manifesto il mondo tramite un aspetto femminile del proprio essere, pur mantenendo la sua unicità. «Così il Padre supremo si rivolge per dirlo alla Madre suprema: Che queste costruzioni siano in questo e in quest'altro modo. Ed esse lo sono subito». «In altri termini, l'Universo è frutto di una Coppia celeste (Padre/Madre), la cui unità è chiaramente identificabile con L'Adam Qadmon della Qabbalah e con L'Insân-Kamil del sufismo. Questa polarizzazione dell'Essenza incondizionata implica per conseguenza il passaggio dall'uno al molteplice e anzitutto alla diade (Madre) grazie alla quale il Padre opera e nella quale Egli progetta le sue teofanie»5. Il Sole illumina la parte maschile, attiva, razionale della figura mitologica, mentre la Luna rischiara la parte femminile, passiva, intuitiva; il compasso nella destra «È simbolo cosmologico e rappresentazione emblematica delle scienze esatte. La sua forma richiama la lettera A, il principio di tutte le cose»6, mentre la squadra nella sinistra è simbolo di equilibrio e di azione, sintesi della livella e del filo a piombo (e quindi dei due Sorveglianti e pertanto è il gioiello del Maestro Venerabile), in Grado di Apprendista si pone sopra il compasso e ne limita armonizzandone l'azione, come la luna che è in grado di oscurare il sole durante l'eclissi; mentre in grado di Maestro sarà la squadra a subire l'azione del compasso, il compasso genera l'Idea e la squadra la esegue.
Ai lati del rebis ritroviamo la rappresentazione grafica dei pianeti Marte, Venere, Giove e Saturno che rappresentano il quaternario degli elementi, con Marte e Venere solari e Giove e Saturno lunari secondo il seguente schema:
Marte Venere Giove Saturno
Ferro Rame Stagno Piombo
Spirito Corporeo Anima corporea Spirito animico Corpo
Fuoco Acqua Aria Terra
Energia attiva Apatia, pigrizia lavoro in potenza Lavoro eseguito
Leone Angelo Aquila Bue
Marco Matteo Giovanni Luca
I quattro pianeti sovra descritti, più il Sole e la Luna nonché Mercurio inscritto nella Stella Fiammeggiante posta al centro, rappresentano il settenario dei Pianeti, che guidano il processo alchemico del Magistero; metalli morbidi il Piombo-Saturno e lo Stagno-Giove indicano la via umida, femminile, mistica o ionica quella dell'intuito e dell'immaginazione illuminata dalla Luna; metalli pesanti il Rame-Venere e il Ferro-Marte indicano la via secca, maschile, razionale o dorica illuminata dalla ragione del Sole; entrambe le vie portano comunque all'Argento Vivo-Mercurio. Esiste quindi una stretta correlazione fra i pianeti ed i metalli, anche se «I pianeti si distinguono dai metalli per la loro natura celeste. Esteriori agli esseri che essi influenzano, agiscono per ripercussione sul settenario metallico del microcosmo, dove le localizzazioni tradizionali pongono l'Oro-Ragione, l'Argento-Immaginazione e il Mercurio-Discernimento a destra e al sommo del Capo. Il Ferro-Motilità e il Rame-Sensibilità (determinativo della reazione) risiedono nel braccio e nel fianco destro, mentre lo Stagno-Tonalità e il Piombo-Corporeità stabilizzante sono relegati a sinistra»7; nella correlazione celeste-terrena dei pianeti e dei metalli ritroviamo il segno del XVIII Grado, detto anche segno dell'esoterismo, segno che compie la dea Iside in una famosa rappresentazione. Esiste infine anche un rapporto fra i metalli e le Sefiroth: «Il piombo occupa il posto di Hokmah, e come Hokmah è adiacente a Keter, così il piombo deriva immediatamente dalla radice metallica ed è chiamato con una enigmatica similitudine "il padre delle nature susseguenti". Lo stagno occupa il posto di Bina dimostrando l'età attempata con il suo grigiore e ispirando severità e rigore nel giudizio con il suo crepitio […]. Il ferro è riferito a Tif'eret perché esso è come un "guerriero", secondo ES15:3, e prende il nome di Ze'ir anpin [l'Impaziente] per la sua facilità all'ira, secondo l'ultimo versetto del Salmo 2 […]. Yesod è il mercurio (argentum vivum), perché esso è tipicamente chiamato "vivo", e quest'acqua viva è il fondamento di tutta la natura e dell'arte metallica»8. 
Ritorniamo al Rebis, ogni figura situata a sinistra trova il suo corrispettivo posto a destra, ma solo l'unione dei due contrari permette la perfezione; l'uomo e la donna nell'androgino, il Sole e la Luna nella Stella Fiammeggiante, la squadra e il compasso nel simbolo della Massoneria. Solo colui che è in grado di riunire in se stesso i due contrari sarà in grado di dominare il drago delle passioni, infatti «lo scopo comune di tutte le tecniche mistiche indiane non è ottenere la supremazia di uno di questi due centri cosmico-fisiologici, ma, al contrario, di unificarli, cioè di conseguire la reintegrazione dei due principi polari. Siamo qui di fronte a una delle numerose varianti del mito e della metafisica delle reintegrazione, in cui la polarità riceve una formulazione cosmogonica Sole-Luna»9. Il Sole quale principio positivo e negativo forse scisso in un principio positivo (Sole) e uno negativo (Luna), viene nel Rebis riunito in un unico simbolo che riacquista il suo splendore. L'unione dei due principi maschile e femminile, modello base per tutte le altre polarità caldo-freddo, giorno-notte, vita-morte, può essere quindi visto come l'origine del principio cosmogonico, in quanto rappresenta l'unione ierogamica10 della componete maschile uranica con la componente femminile tellurica padre e madre di tutte le cose.
Come ho già detto all'inizio il Rebis non è una mostruosità ermafrodita, ma è la perfetta integrazione dei due contrari, lo Zohar dice a tal proposito «Fai attenzione, tutti gli spiriti sono composti di maschio e femmina, e, dopo, i due elementi vengono separati» (Zohar III, 43b). La perfetta integrazione dei due contrari, nel particolare il maschile ed il femminile, nello stesso corpo fa si che gli ermetisti, gli alchimisti e poi i cabalisti anticiparono le scoperte di Jung e Freud sulla presenza di una componente maschile e femminile che convivono nella psiche dell'uomo; la natura bissessuale dell'uomo può essere rimossa con danni enormi all'equilibrio psichico, come del resto avviene per tutte le rimozioni, oppure consapevolizzata; in termini junghiani si parla di "individuazione" ovvero in-dividuus non diviso, riunito; questo processo che porta in psicanalisi al superamento del conflitto ed al raggiungimento dell'equilibrio, in alchimia rappresenta il compimento della Grande Opera. Quindi non a caso M. Mayer nella sua Atalanta Fugiens così parla del Rebis:
«Vecchie leggende ascrivono al Rebis un essere doppio:
Androgino maschio e femmina in un sol corpo.
Egli è stato generato sul monte Ermafrodito.
Mercurio è generato dalla sublime Venere.11
Non disprezzarlo per il suo sesso ambiguo;
quest'uomo-donna, un giorno ti genererà il Re,
cioè pietra Filisofale»
Il Rebis androgino corrisponde quindi alla quinta essenza che si solidifica nella pietra filosofale della tradizione alchemica occidentale o nell'Adam Kadmon, l'ermafrodito primigenio della letteratura cabalistica; «Per i cabbalisti come per gli alchimisti i due poli di una polarità sono in un rapporto di complementarietà, più che di conflittualità. La polarità maschile/femminile è il modello base per tutte le altre polarità: caldo e freddo; giorno e notte; vita e morte; gioia e dolore; ecc.»12. Se quindi visto come pietra filosofale, il Rebis è il frutto delle "nozze chimiche" dello zolfo e del mercurio. Lo zolfo, caldo, compatto, maschile, simbolo del fuoco realizzatore interiore imprigionato nel nucleo essenziale di ogni essere, principio costruttore di ogni essere, l'Operaio al quale i Liberi Muratori rendono omaggio nel Delta luminoso, derivante direttamente dal Sole ovvero dal principio creatore universale, e per questo il Massone è autorizzato a considerarsi una emanazione diretta del G.ÿ. A.ÿ. D.ÿ. U.ÿ.. Il mercurio o soffio mercuriale, freddo, volatile, femminile che mantiene contenendola la combustione vitale, rappresenta la luce esterna macrocosmica, nel contatto con la forza dello zolfo si stempera nella formazione del sale, simbolo di stabilità, di neutralità, di riposo. Dal punto di vista psicoanalitico lo zolfo può essere visto come l'Io, le pulsioni interiori deleterie se scatenate senza controllo, ma fondamentali per la sopravvivenza dell'individuo, mentre il mercurio rappresenta l'ambiente esterno che comprime e rintuzza l'Io, l'unione di queste due forze genera il sale, il corpo materiale, l'individuo, la sfera stabilizzata della personalità dilatato dal soffio solforoso interno e limitato dal soffio mercuriale esterno; per Jung il mercurio rappresenta l'Anima, la componente femminile, mentre lo zolfo rappresenta l'Animus, componente maschile della psiche umana, la prevalenza di uno dell'uno sull'altro, non l'esclusione di uno dei due, determinerà l'assetto sessuale. «Il raggiungimento della consapevolezza, dell'autocoscienza, implica la scoperta della propria androginia. Consapevolezza e androginia sono le due qualità essenziali della divinità. Inoltre, dato che consapevolezza e androginia implicano perfezione, la divinità è anche immortale. La divinità è immortale perché androgina; è immortale perché l'immortalità è attributo della perfezione e la perfezione, a sua volta, implica una personalità in-divisa. La persona che ignora la propria duplice natura funziona con una sola metà del suo essere, la sua personalità è scissa ed egli vive in uno stato di miseria spirituale. Al contrario, chi prende coscienza della propria personalità duale condivide le qualità del divino»13. Le stelle esagonali poste al fianco della figura rafforzano la componente binaria della figura, ma al contempo presentano una forte connotazione al ritorno all'unità; l'esagramma, composto da due triangoli equilateri contrapposti ed intrecciati, presenta un simbolismo estremamente complesso che abbiamo esaminato in un'altra Tavola, è sufficiente dire che, ripropone in termini geometrici il Rebis.
La stella del mattino la più luminosa stella del firmamento è identificata con Lucifero, il più splendido e splendente degli angeli, colui che per primo ha tentato la prevaricazione su Dio, la prima ribellione prometea. È il "re del mondo", il "serpente della terra", l'energia che può rendere schiavo il mago, e quindi dannalo, o può dargli il potere definitivo sulla materia, e quindi salvarlo. Rappresenta la discesa all'inferno e la risalita, la volontaria immersione nel lato oscuro che può portare alla definitiva comprensione della legge dell'unità o sprofondare nell'ignoranza. Rappresenta la via inferiore, la via più facile e rapida verso la conoscenza, ma terribile e perigliosa in quanto nessun errore è permesso. La stella della sera che sorge ad oriente e tramonta a levar del sole, rappresenta la stella fiammeggiante a cinque punte del Compagno e quindi si identifica con la lettera G (Generazione - Geometria - Gnosi - Genio) simbolo di luce, di scienza e di genio creatore. La Vergine identificata con Cerere (Demetra, Vesta, Iside, Cibele, Isthar) che muove alla ricerca della figlia Proserpina. Cerere rappresenta la credenza nel Dio Unico e nell'immortalità dell'anima. Anche l'unione della stella del mattino con una valenza maschile e la stella della sera con una valenza femminile crea il Rebis, il miracolo della cosa una.
Il Rebis sormonta e doma un drago alato, esaminiamo quindi per completezza il simbolo del drago; in tutte le iconografie dove è presente, questo non è mai morto definitivamente, è sempre vinto, ma mai ucciso. Anche nell'iconografia cristiana di San Giorgio il drago è ferito a morte, battuto, vinto, ma non ucciso, ancora protende la fauci pronte a ghermire il Santo, esso rappresenta gli impulsi interiori, l'istinto più profondo, l'io materiale «il drago, incaricato di sorvegliare il meraviglioso recinto nel quale i filosofi vanno a cercare i loro tesori, è noto per il fatto che non dorme mai; i suoi occhi infuocati sono ininterrottamente aperti; non conosce stanchezza né riposo»14. Ercole incontra il Drago del Polo nel giardino delle Esperidi dove difende le mele d'oro, apparentemente nemico della vita, mostro insaziabile, in realtà il rettile sa riconoscere l'iniziato e scaccia con il suo aspetto terrificante solo colui che è indegno di accedere al tesoro; è quindi il Guardiano della Soglia, colui che con il suo terribile sembiante impedisce all'incauto che ancora non ha raggiunto la necessaria preparazione ad accedere al Sancta Santorum, ma contemporaneamente potrà fornire all'adepto le chiavi indispensabili per giungere alla materia prima. Ancora più chiaro Andreani «Il Drago è l'allucinante visione del passato interno; la bestia simbolica che è materiale alchemico - la materia degli alchimisti - da corrompere e il proprio duplice guardiano. Il Drago terrorizza e sta in terra, si volatilizza e sta in cielo, farmaco e veleno nello stesso tempo, guastatore affatturante dei propri mezzi di volontà e regolatore della propria tecnica ascetica; e bisogna combattere contro di lui per vincere l'incomprensibile alterità, il motore doloroso del proprio egoismo: l'io dannato che si occupa del tu»15. Ecco perché il Drago va vinto, domato, umiliato, ma mai ucciso; l'uccisione del drago comporterebbe l'impossibilità di proseguire il cammino. «Non è quindi il caso di uccidere l'animale, anche nella nostra personalità, come fanno gli asceti. Il Saggio rispetta tutte le energie, anche pericolose, poiché pensa che esse esistono per essere captate e quindi utilizzate giudiziosamente […] Ciò che è vile non deve essere distrutto, ma nobilitato attraverso la trasformazione, come il piombo che bisogna sapere elevare alla dignità di oro»16. 
Il Rebis ed il drago sormontano un sfera alata al cui interno ritroviamo un complesso pentacolo composto da un quadrato ed un triangolo equilatero intrecciati a cui si aggiungono i numeri 3 e 4; la figura geometrica, coadiuvata dai due numeri, rappresenta i sette pianeti (Sole, Mercurio, Luna + Venere-Marte, Giove-Saturno), ma anche i quattro elementi più le tre sostanze fondamentali (zolfo, sale, mercurio), ma ancora la natura inferiore (quattro elementi) unita alla natura superiore (Padre Figlio e Spirito Santo, o Corpo, Anima e Spirito, ecc…) in parole povere il mistero del quaternario unito a quello del ternario. Le ali di cui è dotata la sfera indicano la volatilià, l'etereità del risultato. Infatti l'unione del tre e del quattro rappresenta la manifestazione, il sette il numero del Maestro, la raggiunta perfezione. Per Pitagora il numero 7 è l'unico numero della decade che è senza madre e vergine in quanto non esiste un triangolo rettangolo che abbia per ipotenusa 7 né che abbia 7 come quadrato dell'ipotenusa; l'eccezionalità del numero sette sta anche nel fatto che è originato dalla somma del 3 più il 4, evoca infatti l'idea della realizzazione attraverso la generazione (rappresentata dal numero tre) e una base di stabilità (rappresentato dal numero quattro), a simboleggiare l'unione del Divino con l'umano. All'alba dei tempi, dopo l'Inizio, l'Uno, cominciò ad intuire la dualità di tutte le cose della terra: maschio e femmina, giorno e notte, cielo e terra, vita e morte… Poi, dall'unione dell'Uno e del Due nacque il concetto di completamento, il 3. Si formò così la Triade: Padre, Madre, Figlio. Poi l'uomo scoprì anche i 4 Elementi: la Terra che dava protezione e nutrimento, l'Aria che gli consentiva il respiro, l'Acqua che lo dissetava e consentiva la vita, il Fuoco che lo riscaldava e gli aprì la mente al concetto di Luce. Dall'unione della Triade e dei 4 Elementi, nacque il 7, il più Sacro di tutti i numeri. Lao-Tse enuncia lo stesso concetto in questi termini «Tao ha prodotto l'Uno; l'Uno ha prodotto il Due; il Due ha prodotto il Tre; il Tre ha prodotto tutti gli altri esseri». La Genesi inizia con la parola "In principio" Bereshit in ebraico «che può essere letto bera shit "Egli creò sei": ciò che designa in particolare le sei lettere ebraiche (BR'SYT = beth + resh + aleph + schin + yod + tav) mediante le quali i Cieli e la Terra furono creati, ma anche le sei estremità del mondo o direzioni dello spazio, coincidendo perfettamente con … la croce a tre dimensioni. Inoltre, il senario procede necessariamente da un centro originario, o settimo Palazzo secondo lo Zohar associato per l'appunto a Elohim e al giudizio»17. Ecco quindi una spiegazione del perché il sei avrebbe una valenza negativa, rappresenta infatti la creazione senza il centro, il mondo senza Dio.
Tutta la figura è racchiusa in un uovo, la simbologia dell'uovo è chiaramente indicata nella Turba Philosophorum: «Il guscio che appare è la terra (quindi nel rebis stiamo osservando le interiora terrae), e l’albume è l’acqua. Al guscio però è unito un sottilissimo involucro che separa la terra dall’acqua. Il rosso dell’uovo, poi, è il fuoco. L’involucro che contiene il rosso è aria che separa l’acqua dal fuoco, ed entrambe sono un’unica e medesima cosa. L’aria che separa le cose fredde, cioè la terra dall’acqua, è più spessa dell’aria più interna. In effetti l’aria più interna è più rarefatta e più sottile, infatti è più vicina al fuoco dell’aria esterna. Dunque nell’uovo esistono quattro cose: la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco (e con ciò si torna ai viaggi dell’Apprendista). Oltre a queste quattro cose poi, c’è il punto del sole, che sta in mezzo al rosso ed è il pulcino (che nel Rebis è l'andorgino con gli strumenti dell’arte). Pertanto tutti i filosofi in questa eccellentissima arte hanno descritto come esempio l’uovo, perché hanno formato la stessa cosa nella loro opera». L'uovo rappresenta anche il primo alimento dell'Agape rituale. Per John Dee il contenuto dell'uovo filosofico è la Monade geroglifica, simbolo estremamente denso di significati e particolarmente utilizzato nell'ambiente roasacruciano del XVII secolo di cui ci ha parlato un Fratello in una recente Tavola; la monade rappresenta infatti la fusione, la sintesi dei simboli dei sette pianeti. Ritornando al simbolismo dell'uovo nel torlo troveremo Marte, Sole e Venere, sopra Saturno e Giove, sotto Mercurio e Luna.
E tanto ancora potremmo dire sulla dualità, sul drago, sull'uovo, sul sette, le disquisizioni su tali argomenti potrebbero essere infinite, a noi preme soltanto mettere in evidenza come una figura ermetica apparentemente semplice e spesso sottovalutata possa portare lontano, anzi tanto ci possa insegnare. Se infatti una spiegazione certo non completa di una sola figura, e forse neppure la più complessa fra quelle presenti nel patrimonio esoterico, ha comportato tanto lavoro, immaginatevi quanto sapere è contenuto nelle opere ermetiche rinascimentali ricchissime di complesse illustrazioni, dove anche la cornice può darci importanti insegnamenti. Ma rovesciamo per un attimo il discorso, valutando la concentrazione fantastica di significati che una figura, e quindi un simbolo può contenere; questo mio lavoro può essere anche considerato come una dimostrazione di come lo studio del simbolismo nel terzo millennio non sia affatto un metodo di insegnamento anacronistico; quale altro mezzo espressivo è infatti in grado di contenere in uno spazio così piccolo così tante informazioni e significati? Certo non è una conoscenza disponibile per tutti, ma la democraticizzazione del sapere non è certo una delle vie massoniche!!


Bibliografia
S. Andreani: "Alchimia: appunti per una semiologia del sacro"; ERI, 1976.
Mircea Eliade: "Storia delle credenze e delle idee religiose"; Sansoni Ed. Firenze, 1990.
Fulcanelli: "Le dimore filosofali"; Ed. Mediterranee, Roma, 1973.
Patrick Geay: "Tradizione e Massoneria"; Atanor, Roma, 1997.
Arturo Schwarz: "Cabbalà e Alchimia"; Tip. Giuntina, Firenze, 1999.
Luigi Troisi: "L'Apprendista Libero Muratore" Ed. Bastogi, Foggia, 1998.
Oswal Wirth: "I Tarocchi"; Ed Mediterranee, Roma, 1997.
Oswal Wirth: "La Massoneria resa comprensibile ai suoi adepti: l'Apprendista"; Atanonr, Roma, 1990.
Oswal Wirth: "Il simbolismo ermetico"; Ed Mediterranee, Roma, 1969.

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