La Carboneria e il Tempio Interiore

Sergio Ghivarello e Fulvio Mocco

Strutturato come la Massoneria, sui tre gradi d’accesso la Tempio Celeste, apprendista, compagno, maestro, il Grande Firmamento della Carboneria, era una delle più misteriose ed incomprese società segrete. Essa riceveva i neofiti tramite un "Maestro Terribile" o una Maestra – l’ordine era androgino – che, selezionandoli con una serie sempre più difficile di prove, li introduceva attraverso altri quattro gradini al Tempio Interiore.

Esiste una pergamena conferita con l’iniziazione ai Carbonari militanti come ufficiali nelle file garibaldine, e in essi è raffigurato il Tempio, con l’ingresso fra le colonne del Sole e della Luna, i tre scalini d’accesso e sulla soglia il Maestro Terribile e la Maestra del Triangolo che introducono i neofiti. Al di là delle colonne inizia il sentiero che conduce alla vetta della montagna iniziatica. La via è segnata dai simboli dei gradi per accedere al culmine, dove sovrasta la figura della dea, in piedi sul globo del mondo e con l’acacia dell’immortalità nella mano.

Penetrava in quest’ultimo solo chi riusciva simbolicamente a "passare" in mezzo alle due colonne del Sole e della Luna, inneggianti ad Uzza, il volto creativo della Triplice Grande Madre solare della leggendaria Arabia Felice, il cui santuario, nella valle di Nakhla, era costituito da tre alberi d’acacia, in uno dei quali, secondo la leggenda, si sarebbe manifestata la dea. Secondo Ragon, gli Arabi avevano fatto dell’Acacia il loro idolo. Khaled, per ordine di Maometto, fece tagliare l’albero e uccidere la sacerdotessa della dea. G. Dumast sostiene che l’acacia era onorata, oltre che dalle tribù arabe, anche fra i Giudei, i cui iniziati, che la chiamavano huzza (forza), ne portavano con loro un ramo.

Da notare che in Sanscrito, forza si dice "utsaha." Secondo Fabre D’Olivet, all'epoca di Maometto, La Mecca era uno dei principali centri di raccolta delle carovane, caratterizzato, dalla presenza di un edificio cubico, la Ka'ba, ove era conservato un meteorite nero, oggetto di venerazione, perché collegato al Dio locale Hubal, e alle divinità femminili delle tribù carovaniere, Al-Lat, Al-Huzza, Al-Manat.

Tornando al cammino iniziatici carbonaro, l’adepto entrava così in una "via" illuminata dagli stadi progressivi di una conoscenza trasmessa attraverso una serie di "quadri iniziatici", illustrati da leggende allegoriche. Echi di questa "via carbonara" si rintracciano ancora oggi nelle allegorie rituali del IX, XV, XVIII, XXVI, XXXII grado scozzese, nonché nelle leggende massoniche di Phaleg, architetto della Torre di Babele, nel passaggio del fiume Nabuzanai, ed in quella dei "cinque colpi di cannone".

Nei gradi superiori e direttivi l’iniziato diventava una delle "Luci" del grande firmamento della Carboneria, luci che ruotavano attorno ad un "Polo", accompagnando il cammino della "Regina". Compito di quest’ultima era "illuminare" l’oscurità, riflettendo la luce del suo "Re", in attesa del suo risorgere. La Carboneria, a differenza della Massoneria, nacque infatti come ordine androgino, ed il suo motto fu scritto con le iniziali della frase "A Gloria della Grande Madre Universale", disposte nel modo seguente: A…G…D…G…M…U…

La U finale ricalca anche il nome Uzza, sotto cui era nota la grande dea autoctona a Carbonari e Massoni del Tempio Interiore.

I simboli della Carboneria, che illustravano anche il suo programma, erano: il gallo sull’omphalos, la croce drappeggiata con lancia ed asta porta-spugna, il fascio e la scure, spesso bipenne, Marte e Pallade Frigia, la "giardiniera" che porge la sua "rosa" alla rinata Fenice, la corona di spine, la spada ed il flagello, l’albero, l’acqua, il sole e la terra, la bilancia, e così via. Tutti collocati intorno ai vertici – od all’interno – di due triangoli equilateri intrecciati in posizioni invertite e formati dagli anelli di una pesante "catena", col vertice superiore sormontato da una corona di mirto. Il mirto, fra parentesi, era pianta sacra a Venere, insieme alla verbena e alla rosa. Anche il cipresso, normalmente saturnino, è incluso, per l’assonanza con Cipro, isola della "ciprigna dea", nella sua fase "nera" o funeraria.

I carbonari, richiamandosi al significato occulto di una dualità sinergica, racchiusa nel mito dei figli di leggendarie proto-coppie di fratelli e sorelle - tipicamente quelli di Iside-Osiride e Nefti-Set - si definirono "buoni cugini"; le sezioni dell’ordine furono chiamate "vendite", per ricordare ciò che i carbonari erano tenuti a dare in cambio della "luce" ricevuta, luce che avrebbe continuato a brillare, illuminando perpetuamente il loro essere collettivo. Analoghe coppie evangeliche: Giacomo Maggiore e Giuseppe (da cui Giacomo Minore), e poi Maria e Maria Cleofa (da cui M. Maddalena = le Tre Marie).

 

Il sodalizio riallacciava le sue origini alla leggendaria Confraternita fondata da Teobaldo di Champagne che, di ritorno dalla IV Crociata, si ritirò nella sua regione dedicandosi all'umile, nero lavoro del carbonaro. E' necessaria una lettura in chiave mitica ed allegorica per comprendere il significato di questo "umile lavoro" che rappresenta senza dubbio una metafora. Il carbonaro, infatti, porta alla luce una "pietra", nera e sotterranea, che può liberare, attraverso una trasformazione "ignea", un'immensa energia. Anche le Vergini nere delle cattedrali cattoliche esprimono un'energia tellurica e celeste allo stesso tempo, e la pietra nera o meteorica, diviene il simbolo stesso della tellurica Gran Madre solare d'origine celeste, in quanto -come il carbone- contiene il sole nel suo grembo. Il nero e la pietra simboleggiano pertanto sempre trasformazione e rigenerazione. Ciò richiama l’ermetico VITRIOL, il Lapis sotterraneo, e anche la pietra nera di Cibele. I cristiani ne incorporavano una, per lo più di giaietto o onice, negli altari, usanza scomparsa non da molto. La doppia valenza, solare e tellurica, fu visibile nel culto della pietra nera da parte dell’imperatore e prete di Baal, Eliogabalo, che non seppe controllare la propria natura androgina.

Quanto all'oggetto prezioso portato alla luce dal carbonaro, nel nostro caso specifico, sappiamo soltanto che Teobaldo di Champagne partecipò alla IV Crociata, quella che si concluse con il saccheggio di Costantinopoli il 12 aprile del 1204  e la creazione dell'Impero Latino d'Oriente, ma Goffredo di Villehardouin, maresciallo di Champagne, racconta di avere partecipato a tutte le battaglie ed elenca parte del prezioso bottino dei Crociati; mentre il Cavaliere Robert di Clary, anch'egli partecipe al sacco di Costantinopoli, lascia scritto che: "... Nel monastero di Santa Maria di Blacherne si conservava la Sindone nella quale fu avvolto Nostro Signore; ogni venerdì veniva esposta verticalmente, sicché si poteva vedere la figura in piedi...".

A Costantinopoli si affermava che la Sindone era stata "ritrovata" da Pulcheria Augusta, Imperatrice d'Oriente, figlia di Arcadio e sorella di Teodosio il Grande; la stessa Pulcheria che per le sue battaglie contro gli Unni e contro tutte le eresie fu chiamata Custode della Fede. Sembra che da allora la Sindone sia stata custodita durante sette secoli, prima ad Edessa e poi a Costantinopoli, sempre dalla stessa antica Confraternita di Guardiani del Santo Sepolcro del Re del Mondo, istituita dall'imperatrice. I crociati di Teobaldo di Champagne l'ebbero in consegna pacificamente, quando Costantinopoli fu espugnata, ereditando insieme al Lenzuolo le sue conoscenze esoteriche occulte, di cui lo stesso era simbolo e sintesi nello stesso tempo.

Qualche anno dopo, nel 1208, si comincia a parlare di Sindoni in Francia, ed effettivamente si possono seguire le tracce di un lenzuolo con l'impronta del crocefisso dal 1208 fino al 1794, quando durante la rivoluzione lo stesso fu portato a Parigi e distrutto dai rivoluzionari. Tuttavia non è questa la Sindone descritta dal cavaliere di Clary; la sua descrizione corrisponde invece alla Sindone di Torino. Il fatto che delle due esistenti in Francia sia stata la falsa Sindone ad essere distrutta dai rivoluzionari, giustifica l'ipotesi che l'attività segreta dei "Guardiani" di Teobaldo di Champagne - molto probabilmente associati al circolo più interno dell' Ordine del Tempio - sia stata abilmente diretta ad attribuire una grande notorietà ed una falsa autenticità al primo lenzuolo per circa un secolo e mezzo, tenendo accuratamente nascosta in Champagne la Sindone autentica. Non è certamente una coincidenza che la leggenda di Parsifal e della Coppa del Graal sia stata scritta quasi allo stesso tempo da un altro cavaliere di Champagne, precisamente Cristiano da Troia (Troyes), la stessa città in cui venne poi alla luce la Sindone. 

Di quest'ultima non si ebbero notizie attendibili prima del 1353, anno in cui l'autentica Sindone viene alla luce a Lirey, presso Troia di Champagne, come proprietà di famiglia del signore del luogo, Goffredo di Charney, quasi certamente uno dei "Guardiani templari" eredi di Teobaldo. Questa data segue di qualche anno la perdita della reggenza al trono di Bisanzio di Anna di Savoia (1347), madre dell'imperatore d'Oriente Giovanni V Paleologo, e l'inizio delle invasioni turche; evidentemente i tempi erano maturi per lo spostamento dell' "omphalos" esoterico del mondo, dagli imperatori di Bisanzio ai Savoia.

L' ultima erede dei De Charney, infatti, Margherita, ex moglie di un vassallo dei Savoia, donò la Sindone, con regolare atto notarile del 22-07-1452, al duca Ludovico di Savoia e a sua moglie, Carlotta di Lusignano, figlia del Re di Cipro e Gerusalemme Giovanni II, che trasmise il diritto di successione al trono di Gerusalemme alla Casa Savoia. Dunque, i diritti dei Savoia al trono crociato ed i loro meriti "cavallereschi" e "templari" dovevano essere allora regolari e sicuri, se tutti questi "retaggi" furono affidati a loro, o, se preferiamo dir così, "confluirono" nella loro Casata. In effetti, gli stemmi ed i simboli di Casa Savoia rappresentano tutti un più o meno diretto richiamo a questo retaggio storico ed esoterico al contempo. 

Quello universalmente noto è lo "scudo crociato", croce rossa in campo bianco, tipici colori simbolici dei Templari. Anche le iniziali della sigla di Casa Savoia, FERT, furono sempre associate ad un retaggio esoterico o templare, malgrado non se ne conosca il preciso significato originario. Si ipotizzò che fossero le lettere iniziali della frase Fratres Ex Regula Templi, od altra con significato analogo. Noi siamo più propensi a credere che si riferisca ad un antichissimo nome, quello della mitica "terra astrale" che nell’impero di Atlantide fu la patria degli "uomini rossi" di FERT, figli di Venere, di Sirio e delle Pleiadi. Forse essa ne riassume i due significati, perché rosso e bianco furono anche i colori simbolici delle "due terre" dell’antico Egitto, del cobra e dell’avvoltoio, mentre nelle pitture si raffigurava con il rosso ciò che apparteneva al mondo manasico o sottile. Bianco e rosso sono anche importanti in alchimia con una valenza rispettivamente femminile e maschile, e nelle apparizioni del folklore come Uomo Rosso e Dama Bianca. In realtà, in Egitto spesso cobra e avvoltoio si identificavano in forma femminile come le Due Dame, la bianca e la rossa, omologhe delle due serpi intrecciate del Caduceo ermetico.

Quanto alle Pleiadi, sappiamo che anche nell’antica mitologia Indù rappresentavano la settuplice Shakti, madre di Skanda-Kumara, personificazione del "rosso" Marte, il sole del mondo sottile, in cui Venere ha il ruolo di luna, e Sirio quello di sole centrale. Le Pleiadi, per Maya e Aztechi, erano il "sonaglio" del serpente piumato Tukulkan-Quetzalcoatl che sarebbe dovuto tornare bellicosamente alla fine dei tempi. Skanda-Kumara era anche un dio della guerra; mentre per gli Egizi il pianeta Marte era "Horus il Rosso", il vendicatore del padre Osiride. Quanto a Sirio (Sept per gli Egizi), la vita e il tempo sarebbero usciti proprio dalla sua placenta.

La sigla FERT compare in effetti su tombe antecedenti lo scioglimento e la distruzione fisica dell’Ordine del Tempio; la troviamo nella tomba di Tommaso III, morto ad Aosta il 7 febbraio 1259 e sepolto nel duomo della città. Inoltre, i Templari non furono perseguiti, dopo la scomunica, in nessuna delle terre dei Savoia. Esiste in più la testimonianza dell’insegna del Toson d’Oro, connessa al simbolo della Sindone ed ai Savoia, proprio in rapporto a questa missione templare e carbonara. Detta insegna fu associata in seguito ad una delle decorazioni simboliche del rito massonico di Memphis che nel secolo XIX operò in stretta collaborazione con la Carboneria; questo rito fu infatti riunito con quello di Misraim ad opera del suo Gran Gerofante, il carbonaro Giuseppe Garibaldi, dando origine all’Antico Primitivo Rito Orientale di Memphis-Misraim.

L’insegna fu istituita dal duca di Borgogna Filippo il Buono nel XV secolo in onore della Madonna e di S. Andrea. Ricordiamo la connessione di questo santo, la cui festa ricorre il 30 novembre, con l’esoterismo: fu il primo a seguire Gesù, ed a condurre a lui il fratello Pietro. Incidentalmente, Filippo il Buono fece arrestare a Compiègne Giovanna d’Arco, accusata di stregoneria ed eresia, ed abbandonata a se stessa dal Re di Francia.

Bisogna poi considerare la parte avuta nel cosiddetto Risorgimento dalla Muratoria, dalla Carboneria, da Napoleone III, e da Vittorio Emanuele II; tutto ciò in relazione alla segreta missione della Contessa di Castiglione nel perseguimento di obbiettivi paralleli; cosa che allo stesso tempo lascia intuire che accanto agli scopi dichiarati o palesi dovevano esistere motivazioni occulte di ben altra natura, portata e finalità. Queste motivazioni non ebbero sbocco né vennero alla luce, perché con ogni probabilità un insormontabile ostacolo impedì la materializzazione di un sogno forse piuttosto diverso da quello di Cavour, e che verosimilmente avrebbe potuto realizzare l’ideale più segreto di carbonari e templari.

Ricordiamo la paura e quasi l’invincibile repulsione di Nicchia per Cavour, il tormentoso rammarico di Garibaldi per un suo involontario ma fatale abbandono degli ideali carbonari, il triste distacco dalla politica e la mesta fine di Vittorio Emanuele II; la tragedia finale di Napoleone III, costretto a dichiarare guerra alla Prussia, sconfitto, prigioniero, esule e morente dopo l’insurrezione di Parigi e la proclamazione di quella III Repubblica che avrebbe aperto le porte alla definitiva affermazione della democrazia borghese.

Nicchia era il diminutivo di Virginicchia: nomignolo di Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, che fu istruita dal nonno, Ranieri Lamporecchi, probabile "Luce" del firmamento carbonaro, nonché ammiratore di Napoleone e tutore di Luigi Bonaparte.

La Massoneria era ormai divenuta inconsapevole strumento del nuovo potere economico e la Carboneria era stata costretta a ritirarsi nel Santuario Interiore, in attesa della resurrezione del suo Re e del "quinto colpo di cannone", mentre la maggior parte dei Cavalieri del Tempio erano ormai divisi in correnti divenute strumento occulto di un oscuro potere finanziario. Mentre dunque la Carboneria, sconfitta e paralizzata sul piano operativo, si ritirava integralmente nell’ombra, il Gran Priorato per la Provincia Italiana dell’Ordine del Tempio, staccatosi da Parigi dopo le scissioni seguite alla morte del Gran Protettore, Napoleone I, con il proclama del 1815 sotto il Titolo di Ordine Sovrano dei Cavalieri del Tempio, confermava, con il proclama delle Idi di marzo del 1867 (Pasqua), la decisione presa, stabilendo tuttavia che la reggenza dovesse continuare. L’ultimo Reggente di cui si abbiano notizie ufficiali, tuttavia, fu trucidato nel 1945 a Bologna, ed il segreto più impenetrabile preclude da allora l’accesso ad ulteriori notizie.

Così, il passato sembra dipinto con colori irreale e fantastici, ci riferiamo ovviamente al quadro puramente storico in cui fu collocata la "mitica" vicenda della Contessa di Castiglione. Tali colori non avrebbero tutto il loro contrasto se non completassimo i lineamenti esoterici del Tempio Interiore della Carboneria – del cui Grande Firmamento Nicchia fu "Rosa Bianca" e Regina, e di cui Napoleone III fu "Polo" – cercando di definirne anche la figura del suo "Re". Questo tempio Interiore Androgino, le cui due colonne "sostengono" e reggono il Grande Firmamento, che rappresenta l’aspetto visibile della Gran Madre del "dio occulto", fu sostanzialmente comune ai vertici di Templari, Illuminati e Carbonari. Il loro scopo ultimo era l’instaurazione del regno del Grande Architetto e Re dell’Universo, consentendo l’introduzione e la manifestazione nel mondo della materia della sua presenza visibile, fondendo insieme, tramite una sulfurea sintesi alchemica, i due volti di vittima e giustiziere, Cristo e Lucifero.

I simboli esteriori del sodalizio parlano di sofferenza e persecuzione, ma anche di vendetta e riscatto, e si riferiscono, direttamente od indirettamente, al duplice mito di Gesù, al contempo vittima e Re del Mondo, collocato su uno sfondo tipicamente esoterico. A questo proposito, i simboli citati, il gallo sull’omphalos, la Fenice, i due triangoli contrapposti, il fascio e la scure, Marte e Pallade, si riallacciano ai miti della Grande Madre, alla quale si richiama il motto del sodalizio stesso. Anche il fatto che il predecessore di Napoleone III alla direzione del Grande Firmamento, il Marchese La Fayette, fosse uno tra i primi ad aderire con entusiasmo al primitivo Rito Egiziano Androgino di Cagliostro e Serafina, ci sembra altrettanto significativo.

La figura mitica che emerge da questo contesto simbolico è di un Gesù come Padre degli Illuminati che caratterizzò i vertici dell’Ordine Bavarese di Weishaupt, o piuttosto come il "nascosto" Re dei templari, piuttosto che aderente all’iconografia religiosa exoterica. Adam Weishaupt, lo ricordiamo, era un professore di diritto, nemico giurato dei dogmi clericali e gesuitici, che voleva sostituire con una conoscenza laica, ma che ammetteva la necessità di una religione per il popolino; malgrado una certa tendenza anarchica, proclamava che nessuna rivoluzione fosse utile, perché gli uomini vi conservavano le loro passioni. Gli Illuminati ebbero dei contatti con la Rosa-Croce d’Oro, e altri più controversi con la Stretta Osservanza. Si dice che anche Cagliostro e il Conte di Saint-Germain avrebbero fatto parte degli Illuminati.

In sostanza, questo Gesù apparirebbe come l’uomo in cui le profonde, subconscie aspirazioni collettive dei popoli si proiettano e convergono assumendo una forma individuale che sintetizza in un essere singolo la coscienza delle genti stesse; perciò le sue sofferenze sono veramente quelle dei popoli oppressi da ogni forma di tirannia; il suo riscatto è il loro riscatto, la sua consapevolezza è quella delle nazioni stesse. Raggiungere la comunione di coscienze che "proietta" nella storia questo autentico Re del Mondo diventa così lo scopo personale del carbonaro, mentre il riscatto dei popoli ed il risveglio delle coscienze nazionali, costituisce la missione preparatoria dell’Ordine.

Mito e storia si fondono, così, in una visione metastorica del mondo. Non toccheremo oltre la figura della Grande Madre, in quanto, trattandosi anche in questo caso di un personaggio al contempo mitico e reale, individuale e collettivo, il suo ruolo costituisce uno dei più profondi misteri dell’Ordine.

La Sindone, indissolubilmente connessa al mistero simbolico racchiuso nell’insegna del Toson d’Oro, diventa così la sconcertante testimonianza di questa – razionalmente inaccettabile – proiezione del collettivo nell’individuale, nonché dell’irruzione del mito nella storia; mentre a sua volta la coppa del Graal diverrà il misterioso simbolo del veicolo stesso di tale "impossibile" proiezione. Il Trono del Giudice Supremo sorgerà proprio dalla Coppa di Smeraldo, e la fine ed il principio del mondo saranno in Lui una cosa unica.

 

 

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