NEMESI, DEA DELLA GIUSTIZIA COSMICA E DEI GRANDI MISTERI

Alessandro Orlandi

 

“Il fuso ruotava sulle ginocchia di Ananké…  Altre tre donne sedevano in cerchio a uguale distanza, ciascuna sul proprio trono: erano le Moire figlie di Ananké, Lachesi, Cloto e Atropo, vestite di bianco e col capo cinto di bende; sull'armonia delle Sirene Lachesi cantava il passato, Cloto il presente, Atropo il futuro. Cloto con la mano destra toccava a intervalli il cerchio esterno del fuso e lo aiutava a girare, e lo stesso faceva Atropo toccando con la sinistra i cerchi interni; Lachesi accompagnava entrambi i movimenti ora con l'una ora con l'altra mano. Appena giunte, le anime dovettero subito presentarsi a Lachesi. Per prima cosa un araldo le mise in fila, poi prese dalle ginocchia di Lachesi le sorti e i modelli di vita, salì su un'alta tribuna e disse: "Proclama della vergine Lachesi, figlia di Ananke! Anime effimere, ecco l'inizio di un altro ciclo di vita mortale, preludio di nuova morte. Non sarà un demone a scegliere voi, ma sarete voi a scegliere il vostro demone. Chi è stato sorteggiato per primo, per primo scelga la vita alla quale sarà necessariamente congiunto. La virtù non ha padrone, e ognuno ne avrà in misura maggiore o minore a seconda che la onori o la disprezzi. La responsabilità è di chi ha fatto la scelta; la divinità è incolpevole".

Platone, La Repubblica, libro X, il mito di Er.

In questo articolo ci proponiamo di approfondire il ruolo di una dea della Grecia antica, legata sia alla Giustizia che alle iniziazioni. Si tratta di Nemesi.Il nome deriva da  νέμεσις, dalla radice νέμω (nèmo, "distribuire"), dalla radice indoeuropea nem. La distribuzione a cui si allude nel nome“Nemesi” riguardava, come vedremo, i princìpi opposti,che si agitano dentro e fuori di noi. Nel mito Nemesi, figlia di Oceano e della Notte (oppure, in altre versioni, figlia di Zeus),si unì allo stesso Zeus, che aveva assunto la forma di un cigno per sedurla. Nemesi partorì allora un uovo, affidato a Leda,da cui nacque Elena[1].

L'importanza della dea Nemesi nel Pantheon greco viene spesso sottovalutata. E' stata vista come dea della vendetta, come dea della Giustizia intesa come "compensazione" dei torti subìti, persino come una divinità il cui operato era equivalente alla "Legge del Karma" degli induisti. Ma il compito principale di Nemesi era quello di preservare l'Ordine Cosmico e l'armonia tra gli Opposti. Era quindi la depositaria del Mistero più importante tra i due a cui facevano riferimento le scritte sul frontone del tempo di Apollo a Delfi. La prima scritta, "conosci te stesso", si riferiva ai Piccoli Misteri. La seconda, "medenagan”,(μηδὲνἄγαν), "nulla di troppo", viene spesso fraintesa e letta in senso moralistico. Sottintende, invece, la conoscenza dei limiti posti alla luce e all'ombra, la legge che trasforma una qualità nel suo opposto polare, quando il culmine sia stato raggiunto, come fa il sole ai due solstizi. Si tratta della legge dell'enantiodromia di cui parla anche Jung: in ogni processo legato al divenire esiste un limite posto ad ogni qualità, superato il quale, quella qualità si rovescia nel suo opposto. La luce e l'ombra, l'essere attivi o recettivi, l'essere prodighi o avari, bontà e cattiveria, alto e basso, ricchezza e povertà, sapienza e ignoranza sono legati ai cicli del nostro sole invisibile. A questo proposito cito un brano relativo alla "dottrina dei Tre Soli", tratto dal libro "Divo Sole" di Alessandro Boella e Antonella Galli: “Anche Plutarco ci spiega che il Sole dà all'uomo, al momento della nascita, il nous. Nel nostro mondo sublunare, il Sole, immagine vivente della divinità, ha il ruolo essenziale di grande seminatore delle anime. Egli le invia sulla terra, ove esse si incarnano durante le generazioni. Ma soltanto lo spirito, il nous, che è di origine solare e immortale, si reintegrerà un giorno nel Sole. Egli discende per mezzo dei raggi solari che si proiettano sulla Luna, che li rinvia sulla Terra”. Questa dottrina ha ispirato una parte importante degli scritti alchemici ed è stata esposta, tra l'altro, in uno scritto di Giuliano, l'ultimo imperatore pagano, sui tre soli: il Sole del mondo spirituale, il Logos ermetico, il Sole del mondo intellegibile, HeliosBasileus, che fa da mediatore, e il Sole del mondo sensibile. Dal punto di vista alchemico, chi abbraccia questa dottrina ritiene di dover "catturare" un raggio di sole per cominciare l'Opera.

Se nei Piccoli Misteri gli iniziati erano chiamati a trascendere il loro io individuale, a fondere il loro Biòs individuale con la Zoì, la corrente della Vita Universale e indistruttibile, nei Grandi Misteri doveva realizzare quello che gli alchimisti chiamavano lo “specchio dell’arte”, acquisendo la capacità di riconoscere nel microcosmo (le parti del corpo umano, gli eventi che ci riguardano personalmente, la nostra maschera-persona, il contesto storico-sociale-naturale in cui siamo nati) l’impronta del macrocosmo, e viceversa.

Dal punto di vista umano questa capacità equivale all'aver riconosciuto il legame invisibile tra macrocosmo e microcosmo, l'"UnusMundus" degli alchimisti, e veniva acquisita nei Grandi Misteri. Nemesi, Custode dell'Ordine Cosmico veniva spesso rappresentata con una mela e una ruota (a volte con una spada). La ruota poteva indicare un dominio sul tempo ciclico e sulle sue leggi, dominio che presupponeva la capacità di coniugare il Kronos, il tempo ciclico degli umani con l'Aion, il tempo eterno degli déi. La mela, a mio modo di vedere, era la mela gettata da Eris, la discordia, durante il banchetto per le nozze di Tetide e Peleo, che poi Paride dovette scegliere[2] se donare a Afrodite, a Hera, oppure ad Athena[3]. Quella mela simboleggia la scelta tra Sapienza, Virtù e Bellezza, una scelta che l'uomo non può mai compiere in modo definitivo senza turbare gravemente l'Ordine Cosmico.Trascurare durevolmente una di queste funzioni significa ledere l'Ordine del cosmo, dentro e fuori di noi.

La scelta di Paride fu la causa della guerra di Troia (per intervento di Nemesi, a ristabilire l'Ordine, e di Eris, dea della discordia). Infatti, il premio per aver scelto Afrodite fu Elena e Paride scelse di privilegiare la Bellezza sulla Sapienza e sulla Virtù.

 

Per il ruolo di Nemesi nei Misteri di Dioniso rimando al mio articolo “Le iniziazioni femminili nei Misteri del mondo antico” apparso su Lex Aurea n° 36 del dicembre 2009: Nella Villa dei Misteri di Pompei Nemesi è raffigurata come un angelo dalle ali nere, che infligge un colpo di frusta sulla schiena di una donna seminuda e prona, che fa a sua volta parte di un gruppo di quattro donne che incarnano le quattro stagioni. Il colpo di frusta[4] di Nemesi sulla schiena della donna che rappresenta l’Inverno simboleggia il potere della dea di risvegliare le forze della natura addormentata, al solstizio di inverno (accanto a Nemesi un’altra donna fa sollevare un fallo velato nel liknon, senza toccarlo).

La mela di Nemesi ci dice anche che la dea ha un rapporto stretto con il mondo dell’Oltretomba: Il termine sanscrito per mela, "abol", era la radice di "Averno", e l'Avalon del ciclo arturiano aveva la stessa derivazione. Nella danza del labirinto praticata nell’antica Creta e, in seguito, in quasi tutta la Grecia arcaica[5], i danzatori, trasformatisi in gru alate, volavano al giardino delle Esperidi per cibarsi delle mele d'oro dell'immortalità. Infatti solo chi è passato attraverso l’Oltretomba perché iniziato o perché disceso alle dimore di Ade può aver trasceso la dimensione del Biòs per entrare nella corrente della vita universale e indistruttibile di Zoì, superando le prove legate ai Piccoli Misteri. E’ allora aperta la possibilità di accedere anche ai Grandi Misteri, contemplando, come Nemesi, la ruota del Tempo ciclico con sguardo strabico. Si è immersi nel tempo ciclico come ogni altro mortale, ma si è appresa la lezione del medenagan, che trascende ogni ciclo e porta in dono il potere di rovesciare l’ombra in luce e la luce in ombra, la vita in morte e la morte in rinascita, di tramutare i contrari l’uno nell’altro. In quanto “distributrice” della Giustizia,Nemesi aveva quindi il compito di sorvegliare che l’Ordine Cosmico fosse salvaguardato, colpiva chiunque si macchiasse del peccato di ὕβρις e aveva il potere di svelare agli iniziati la trama sottile con cui quell’Ordine era intessuto.

L’inno orfico a Nemesi[6] la celebrava infatti con queste parole:

O Nemesi, ti celebro, dea, somma regina,

tutto vedi, osservando la vita dei mortali dalle molti stirpi;

eterna, augusta, che sola ti rallegri di ciò che è giusto,

che muti il discorso molto vario, sempre incerto,

che temono tutti i mortali che mettono il giogo al collo:

perché a te sempre sta a cuore il pensiero di tutti, né ti sfugge

l'anima che si inorgogliosisce con impulso indiscriminato di parole.

Tutto vedi e tutto ascolti, tutto decidi;

in te sono i giudizi dei mortali, demone supremo.

Vieni, beata, santa, agli iniziati sempre soccorritrice:

concedi di avere una buona capacità di riflettere, ponendo fine

agli odiosi pensieri empi, arroganti, incostanti.

 

C’erano senza dubbio altri aspetti che riguardavano la concezione greca della Giustizia e altre dee che sovrintendevano a quegli aspetti.

 Secondo il mito Zeus si unì con Themis, la buona consigliera, la regola della natura, la norma della convivenza dei sessi, degli Dei e degli uomini. Generò tre figlie, le Ore.  I loro nomi furono Eunomie (l’ordinamento legale, la buona norma), Dike (la Giustizia, la giusta ricompensa) ed Irene (la pace).  Dike era una sorta di copia virginale di Themis (come Persefone lo era di Demetra), dominava sul cielo notturno ed era rappresentata con una spiga in una mano.  In forma selvaggia si manifestava come Nemesi o sotto l’aspetto delle Erinni, le forze del fato che portano a compimento la Giustizia.  Narra la leggenda che Dike era la dea che regnava sull’umanità durante le età dell’oro e dell’argento[7]. Quando gli uomini non rispettarono più la giustizia, Dike si ritirò sui monti e quando le cose andarono ancora peggio abbandonò la Terra ed è ora visibile come Costellazione della Vergine. Alla fine dei Tempi sarà Nemesi, avvolta in una veste bianca, ad abbandonare gli uomini.  È interessante osservare che esistevano due distinte versioni della dea Dike.  Una (quella minore), rappresentava la Giustizia umana ed era figlia di Zeus e di Themis, l’altra, figlia di Fanete (“il luminoso”), era la Dike di grado più elevato la cui natura poteva essere rivelata solo nei misteri, rappresentava le Leggi Universali e non scendeva mai dai cieli per mescolarsi agli uomini.

La Dike minore poteva invece occasionalmente mostrarsi alle donne o al popolo proclamando nelle vie o nelle piazze le Leggi comuni[8].

 

C’era infine Ananké (ἀνάγκη: forza, costrizione, necessità), talvolta associata alla Notte, un’altra dea che amministrava le forze inesorabili del Fato attraverso il Tempo ciclico. Ciò che l’uomo non riusciva ad apprendere e a comprendere attraverso un percorso evolutivo, il Fato lo avrebbe imposto alla sua coscienza attraverso eventi esterni e ineluttabili.

Secondo ciò che si può comprendere dai frammenti orfici che sono pervenuti fino a noi, Kronos e Ananké, la Necessità,  sarebbero entrambi nati dalla terra e dall’acqua e costituirebbero un essere androgino, lungo il cui corpo si avvolge un serpente, che simboleggia i cicli del tempo. All’inizio di questo articolo ho citato il passo della Repubblica di Platone relativo al mito di Er, in cui Ananké viene descritta al centro dell’universo, mentre regola con l’aiuto del suo fuso la rivoluzione delle sfere celesti e decide, con le sue figlie, le Moire, il destino delle anime che devono rinascere sulla terra.

Oggi forse abbiamo del tutto dimenticato quante sfumature può avere il termine “Giustizia”, ed è con una certa melanconia che scelgo di chiudere questo articolo con un'altra citazione dalla “Repubblica” di Platone, sempre tratta dal libro decimo e dal mito di Er:

E dopo di ciò ecco che senza voltarsi giungeva al trono di Ananké, e passava al di là del trono. Quando anche gli altri erano passati, tutti camminavano verso la pianura del Lete attraverso una terribile calura soffocante. Difatti la pianura era vuota di alberi e di tutto ciò che è fatto crescere dalla terra. E una volta giunta la sera essi si accampavano lungo le sponde del fiume Ameles, la cui acqua non può essere contenuta da nessun recipiente. Certo, è necessario per tutti bere una certa quantità d’acqua, ma quelli che non sono salvaguardati dall’assennatezza ne bevono più della misura. E a chi beve accade di dimenticarsi di tutto”.



[1] In altre versioni del mito anche Castore e Polluce e, talvolta, anche Clitemnestra.

[2]Anche se, secondo Graves, il mito di Paride e delle tre dee era un fraintendimento di un mito molto più antico, in cui era la Triplice Dea ad offrire la mela al divino paredro, destinato a diventare il Re sacro, suo sposo.

[3] Dea della Sapienza, ma anche dell’arte della strategia in guerra.

[4] Nella Grecia antica si usava frustare gli alberi per renderli più fertili. Ricordiamo anche la festa romana dei Lupercalia, durante la quale i luperci, paludati in pelli di lupo, frustavano le donne che incontravano sul loro cammino con corregge di pelle di capra per renderle fertili.

[5]Cf. K. Kerenji, Nel Labirinto, Boringhieri, Torino 1984

[6]Trad. Gabriella Ricciardelli, da Inni Orfici ed. Lorenzo Valla – Mondadori, Milano 2000

[7] Cfr. Le Opere e i giorni di Esiodo.

[8] Cfr. la voce “Dike” in: J.J. Bachofen, Il Matriarcato; K. Kerenyi, Gli Dei e gli eroi della Grecia; R. Graves, I miti greci; ed il lavoro di E. Havelock, Dike: La nascita della coscienza.

 

 
   
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